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  AdamoEva
 

 

La parola “eresia” viene dal greco airéo, che significa, il più delle volte, “prendere” o “scegliere”: Possiamo infatti trovare con frequenza, nelle fonti classiche, áiresis nell’accezione di “scelta”, “ricerca”. In origine, eretico era colui che sceglieva, colui che era in grado di valutare più opzioni prima di posarsi su una. Il termine, assente nei Vangeli canonici, compare invece negli Atti degli Apostoli per indicare varie scuole (correnti o sette) senza assumere alcuna caratteristica denigrativa. E’ con il Concilio di Nicea (325 d.C.), fortemente voluto dall’imperatore Costantino, che viene affermata la dicotomia eresia/ortodossia. Gli eretici dovevano essere oggetto di scomunica e condanna da  parte dell’autorità religiosa. I processi, le torture, i roghi che i secoli e la storia ci raccontano, dicono tutto il resto.
Molti ritengono che oggi, nella nostra società aperta e tollerante, l’eresia abbia perso ogni ragione di esistere. Noi la pensiamo diversamente. Anzi siamo convinti che proprio in questo tempo - la cui capacità di comprensione e disponibilità è tanto astratta quanto falsa - sia necessario affermare l’attualità di un pensiero non conforme e la necessità di una pratica volta all’eresia.
“Non ci fu mai nessuno che in questi anni / amasse veramente l’eresia di un amore disinteressato”. Sono alcuni versi di Pier Paolo Pasolini; il quale scriverà più oltre, nella medesima poesia: “Si è tanto eretici in gioventù, poiché dopo il futuro / c’è ancora altro futuro: e l’eresia richiede una grande pazienza: / bisogna ripetere mille volte la stessa cosa, / per predicare; una predica che veramente distrugga / come il barbaro nelle sue invasioni”. Sono parole che qui facciamo nostre, intendendo esplorare, proprio a partire dalla vita che abbiamo davanti, il senso e la consistenza dell’essere “eretici” oggi.

 

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